Amnesty International e Human Rights Watch accusano la Polizia del Kenya per i morti nella violenza post-elettorale

Posted on by Antonio Curci
In un rapporto congiunto, Amnesty International e Human Rights Watch hanno accusato la polizia del Kenya di aver ucciso almeno 33 persone (ma il totale potrebbe arrivare a 50) e averne ferite centinaia nel corso delle proteste successive alle elezioni dell’8 agosto.
Il rapporto documenta l’uso eccessivo della forza da parte della polizia, e in alcuni casi di altre forze di sicurezza, contro manifestanti e residenti di alcune zone della capitale Nairobi considerate roccaforti dell’opposizione.
Sebbene in alcune circostanze abbiano agito correttamente, in molte altre gli agenti hanno ucciso o picchiato a morte numerosi manifestanti. Altri sono morti di asfissia per aver inalato gas lacrimogeni o al peperoncino o dopo essere stati travolti dalla folla in fuga o essere stati colpiti da candelotti esplosi da distanza ravvicinata.
La polizia è risultata direttamente implicata nella morte di 33 manifestanti, mentre i ricercatori delle due organizzazioni per i diritti umani non hanno potuto attribuirle con certezza la responsabilità di altre 17 uccisioni. Le autorità del Kenya dovranno assicurare che tutti i responsabili dell’uso illegale della forza saranno chiamati a rispondere del loro operato e che, nel periodo che precederà la ripetizione delle elezioni, le forze di polizia agiranno nel rispetto delle norme e degli standard internazionali sull’uso della forza.
“Decine di persone sono state uccise e molte altre sono rimaste gravemente ferite nel corso degli attacchi della polizia contro i sostenitori dell’opposizione. Questo uso eccessivo e mortale della forza è diventato una caratteristica dell’operato della polizia del Kenya e deve essere fermato prima che si svolgano le prossime elezioni”, ha dichiarato Michelle Kagari, vicedirettrice di Amnesty International per l’Africa orientale, il Corno d’Africa e la regione dei Grandi laghi.
I ricercatori di Amnesty International e Human Rights Watch hanno intervistato 151 vittime, testimoni, attivisti per i diritti umani, operatori umanitari e agenti di polizia nelle zone a basso reddito di Nairobi considerate roccaforti dell’opposizione. Prima del voto di agosto, la polizia aveva designato molte di queste zone come focolai di potenziale violenza e vi aveva dispiegato numerosi agenti, aumentando così la tensione.
Una precedente ricerca di Human Rights Watch aveva denunciato 12 morti nel corso di proteste svolte nell’ovest del paese. La Commissione nazionale sui diritti umani ha documentato 37 morti (cinque dei quali non compresi nei 33 citati nel presente rapporto). Considerando anche gli altri 17 manifestanti forse uccisi dalla polizia, il totale potrebbe arrivare a 67.
Nei giorni successivi alle votazioni, i sostenitori dell’opposizione erano scesi in strada per protestare contro i brogli che avevano poi spinto, il 1° settembre, la Corte suprema ad annullare la vittoria del presidente in carica Uhuru Kenyatta e a ordinare lo svolgimento di nuove elezioni entro 60 giorni, indette per il 26 ottobre, anche se il ritiro del candidato dell’opposizione Raila Odinga comunicato il 10 ottobre ha creato un clima d’incertezza.
Dalle ricerche di Amnesty International e Human Rights Watch è emerso che a Nairobi dal 9 al 13 agosto agenti armati, la maggior parte dei quali appartenenti all’Unità di servizio generale e alla Polizia amministrativa, sono intervenuti nei quartieri di Mathare, Kibera, Babadogo, Dandora, Korogocho, Kariobangi e Kawangware. In alcuni casi hanno sparato direttamente contro alcuni manifestanti, in altri hanno aperto il fuoco contro la folla. Feriti e testimoni hanno raccontato che la polizia inseguiva le persone in fuga, le rincorreva nei vicoli, sventrava le porte delle case a calci e picchiava a morte.
Stephanie Moraa Nyarangi, una bambina di nove anni, è stata uccisa mentre era affacciata al balcone. Jeremiah Maranga, una guardia di sicurezza di 50 anni, è stato picchiato così duramente che il suo corpo era inzuppato di sangue ed è morto poco dopo. Lilian Khavere, una casalinga all’ottavo mese di gravidanza, è morta travolta dalla folla in fuga mentre era a terra, svenuta dopo aver inalato gas lacrimogeno.
Durante le operazioni in questi quartieri, la polizia ha cercato d’impedire ai giornalisti e agli attivisti per i diritti umani di raccogliere informazioni e denunciare quanto stava accadendo. A Kibera e a Mathare, rispettivamente a un giornalista straniero e un attivista sono state distrutte le macchine fotografiche.
Amnesty International e Human Rights Watch hanno scritto al Direttore generale della polizia presentando le loro conclusioni e chiedendo un incontro, ma non hanno ricevuto alcuna risposta. Stesso esito hanno avuto le numerose richieste d’intervistare il portavoce della polizia.
“Chiediamo alle autorità keniane di riconoscere pubblicamente queste violazioni, avviare indagini veloci, imparziali, approfondite e trasparenti e prendere le misure necessarie per portare in giudizio i responsabili, come passo fondamentale per dare giustizia alle vittime. La polizia ha attaccato i sostenitori dell’opposizione e poi ha cercato di nascondere tutto. Le autorità dovranno assicurare che questo uso arbitrario e illegale della forza da parte della polizia non abbia a ripetersi in occasione delle prossime elezioni”.  
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