Ancora sul dossier Sud Est e sul ruolo delle banche

Posted on by Lucio Marengo

Ci giungono spesso e-mail in ordine alla “bancarotta sì – bancarotta no” delle Ferrovie del Sud Est. Mancando, per le note vicende societarie, il quasi quotidiano contributo della Gazzetta del Mezzogiorno è infatti interesse dei nostri lettori accertare per quanto possibile i fatti. Abbiamo già detto della acquisizione a costo zero di FSE da parte di Ferrovie Stato e del clamoroso inadempimento di quest’ultima rispetto agli impegni assunti col ministro Delrio. Abbiamo anche detto che FSE non si trovasse in zona pericolo perché la BNL aveva garantito il suo pieno supporto. Ma ciononostante il tribunale ha chiesto ed ottenuto da FSI la richiesta del concordato preventivo dagli esiti disastrosi. Ma quale è stato il ruolo che ha avuto la banca tesoriera, la BNL? Cerchiamo di capirlo aiutandoci con le notizie di stampa. Rileggendo gli articoli dell’epoca, ci si accorgerà della durissima opposizione della BNL all’avvio di procedure concorsuali, perché sosteneva che la principale ferrovia privata d’Italia non versasse affatto in stato di insolvenza “né tantomeno di crisi”. E se lo dice la banca che da vent’anni aveva garantito il suo supporto c’è da crederlo. Chi meglio di lei infatti poteva conoscere come stessero davvero le cose? I legali della banca chiarivano, infatti, che, a fronte di debiti individuati dalla Deloitte in 286 milioni, FSE vantasse crediti certi (dal ministero delle infrastrutture, dalla regione e dall’erario) per 190 milioni. «la BNL – spiegava il giornalista della Gazzetta – sta dunque accusando il gruppo FSI di non mantenere gli impegni: per il salvataggio dovrebbe mettere 90 milioni, mentre finora ne ha messi solo 15 (ndr, anticipati da Unicredit e non dalla stessa BNL…) e vuole scaricare il resto tramite il concordato sui creditori della società». Incidentalmente, il bravo giornalista ricordava che «la strada del concordato era quella scelta dalla nuova governance di Sudest (FSI) “Per Soddisfare La Procura Di Bari” che, così, avrebbe potuto contestare agli indagati ‘anche’ la bancarotta fraudolenta». Ma è questa dunque la ragione per cui si è voluto annientare la società con gli effetti perversi per i pendolari? La BNL aveva certificato certi ed esigibili i crediti esposti in bilancio da Fiorillo (190 milioni) complessivamente iscritti nei confronti della Regione Puglia, dello stesso MIT (per il recupero degli importi dovuti dalla ex gestione governativa) e nei confronti dell’Erario per rimborso IVA. FSI si era impegnata a livello di decreto-legge (!) a ripianare il restante debito (circa 90 milioni). In un successivo articolo, pubblicato il primo febbraio 2017, il giornalista della Gazzetta registra infatti l’irritazione del ministro Delrio per il palese inadempimento di FSI. Nello stesso articolo, veniva ribadita l’informazione interessantissima, che la BNL – che si era opposta alla istanza di fallimento della Procura e stava difendendo i propri crediti nei riguardi di FSE – andava affermando che fosse assolutamente insussistente ogni qualsiasi stato di crisi o di insolvenza, tanto che aveva regolarmente continuato a supportare Sud Est anche durante il periodo Viero. La legge dice che c’è fallimento quando la società è insolvente, ma come detto, la BNL sosteneva che FSE non lo fosse e che avrebbe offerto il suo supporto al piano di impresa redatto dal professor Viero che garantiva un rilancio rapidissimo di Sud Est. Occorre dire che la BNL, era stata la banca tesoriera (oltre che dello stesso Ministero) delle Ferrovie Sud Est, sin dalla lontanissima epoca del primo commissariamento in gestione governativa diretta (1987) e di lì, in poi, ininterrottamente, anche dopo la costituzione in srl. E non a caso, in quanto anche banca del Ministero dei Trasporti, ad essa si era rivolto più volte, durante la gestione Viero, il Direttore Generale del MIT (ing. Di Giambattista), per rassicurarla, in ordine al fatto che dietro FSE c’era il socio unico (dopo l’arrivo di FSI uscirà di scena BNL ed entrerà in gioco Unicredit). Il quadro che si era presentato dopo il trasferimento della intera partecipazione a FSI, aveva inquietato e non poco la BNL, perché in luogo del ripianamento pattuito col ministro e sancito nel decreto di agosto 2016 (in cui non a caso si ricordava come il commissario Viero avesse escluso il ricorso a ogni procedura concorsuale), la neo costituita governance societaria, dopo aver fatto fuori Viero (l’uomo di Delrio), aveva invece attivato il concordato preventivo, a quanto pare su pressante richiesta della Procura. Come abbiamo fatto notare ai lettori nel nostro precedente articolo del 25 febbraio scorso (“Più si scava…”) l’articolo di Scagliarini del primo febbraio 2017, rivelava come gli avvocati di BNL, conti alla mano, avessero eccepito, opponendosi al concordato preventivo, che FSI stava agendo in danno dei creditori, in quanto, chiariva il giornalista, «i 285 milioni di debiti sarebbero EQUILIBRATI DA 190 MILIONI DI CREDITI PUBBLICI: gli altri 90, proprio in virtù dell’impegno assunto in sede di trasferimento, dovrebbero essere garantiti da FSI». Scrivevano, ancora, gli avvocati di BNL che «Sarebbe sufficiente che il nuovo socio (FSI, ndr) adempisse agli obblighi di rimozione dello squilibrio patrimoniale, posti dal MIT a FONDAMENTO dell’operazione di trasferimento». Questa dunque era la posizione, netta ed inequivocabile, della BNL, il maggior creditore di Sud Est. O almeno lo era stata prima che succedesse un incredibile e inspiegabile cambio di passo. Infatti, ben presto si scoprirà che la Procura, come riportato da Scagliarini in altri articoli, si era già mossa per neutralizzare la BNL, sottoponendo ad indagini, perquisizioni e misure cautelari, i manager che avevano, nel tempo, operato con FSE, concedendole i finanziamenti. La cronaca di quei mesi (marzo-luglio del 2017) riporta minuziosamente quanto oggetto dell’ipotesi accusatoria della Procura, incentrata sul ritenere veritiera la perizia anche dei consulenti della Deloitte, che avevano fatto strame di quei 190 milioni di crediti ‘pubblici’, salvando così la Regione dal pagamento di quelle ingenti somme, e accusando l’ex vertice di FSE di falso in bilancio. Insomma, anche per i manager della BNL scatta l’accusa di bancarotta fraudolenta in concorso con l’amministratore, in quanto – ritengono i PM- i dirigenti della BNL non potevano non sapere (frase questa ormai largamente utilizzata da tutte le procure quando non vi sono prove certe) della falsificazione dei bilanci. Il tutto si badi bene basato unicamente sulle valutazioni della Deloitte, fatte proprie, prima da Viero e, poi, dai super pagati consulenti della Procura. L’articolo della Gazzetta dell’11.04.2018, inizia proprio con questa affermazione tranchant: «BNL non poteva non accorgersi delle infedeltà di bilancio definite macroscopiche dai consulenti della Procura in relazione ai crediti gonfiati nei confronti della Regione con cui l’ex Amministratore Luigi Fiorillo tentava di mantenere formalmente in ordine i conti di FSE». Quindi, secondo Procura e GIP, la BNL non poteva non accorgersene, mentre il Ministero ed il Collegio Sindacale – che avevano approvato, senza obiezioni i bilanci, e avrebbero dovuto essere i primi, a rendersene conto, dell’eventuale falsificazione – mai una parola o solo una piccola annotazione sui verbali del Collegio sindacale. Quindi erano complici di Fiorillo? A quanto pare no perché le relazioni dell’amministratore unico (così hanno sostenuto i legali di BNL) erano sempre esattamente ben esplicitanti tutti i termini e i rischi della posizione creditoria vantata nei riguardi della Regione (e del Ministero). Per tale semplicissima ragione, è davvero INCREDIBILE che l’imputazione in discorso abbia potuto riguardare solo la BNL e non anche i Sindaci e i vertici del Ministero! In buona sostanza, un contrasto tra opinabili valutazioni tecnico-contabili sull’iscrizione a bilancio di crediti “pubblici” di Sud Est (negati tout court dai consulenti dell’accusa, quando confermati invece da quelli della banca e approvati in bilancio dai Sindaci e dal MIT) costituisce il fondamento del procedimento per bancarotta. In conclusione, secondo i consulenti del tribunale c’era dissesto ma non per i Sindaci, il Ministero e la BNL. Quanto hanno incassato i consulenti della Procura con questa consulenza? E tra l’altro i sindaci non sono neanche indagati! Anzi, secondo la BNL, non solo non c’era ne dissesto ne stato di insolvenza all’epoca dell’amministrazione Fiorillo, ma, ancor più, non avrebbe potuto esserci dopo la forma del decreto Delrio ed il passaggio a FSI, stante il suo obbligo di ripianare le passività, garantendo integralmente i creditori.Tanto che la banca, nonostante l’azione subita dai suoi manager, del cui operato la BNL ribadisce l’assoluta correttezza, forte anche dei risultati delle verifiche fatte dagli ispettori francesi della capogruppo Paribas, continua a mantenere la sua ferma opposizione al concordato, confortatanel frattempo, anche dalle pronunce del tribunale fallimentare rese nei giudizi promossi da FSE (giudici Magaletti e Angarano).  

E infatti Scagliarini, pubblica il 13 giugno 2017 la notizia che la BNL avrebbe votato contro il concordato. Ma se così fosse stato, FSI avrebbe dovuto mettere mano al portafoglio, ma si sarebbe però messa contro la Procura. Sta di fatto, invece, che le cose prendono, del tutto inaspettatamente, un’altra piega e il 14 marzo 2018 il concordato viene approvato, anche con il fondamentale ok della Banca. Cosa può essere mai successo tanto da indurre i vertici della BNL a fare dietro front e chinare il capo? Che ne è stata della ferma, ribadita, opposizione alla Procura e della denunciata inadempienza di FSI? E perché anche il MIT è rimasto inerte e silente, dopo l’inizio scoppiettante della presa di posizione di Delrio contro le inadempienti Ferrovie dello Stato? Due ultime notazioni, prima di concludere, per ora. La prima è che, la BNL, era tra le banche tesoriere della Regione Puglia e ha interessi ben radicati e stratificati in tutte le aziende pubbliche nazionali. La seconda è una notizia di stampa (questa volta non riportata da Scagliarini…) ma da Repubblica, che, forse, getta un po’ di luce su quei giorni di marzo 2018, piuttosto tormentati: «La storia è quella della BNL e del suo presidente, Luigi Abete, raccontata da un’inchiesta della Guardia di Finanza (Abete non è indagato) coordinata dalla procura di Bari. L’indagine nasce per caso, ascoltando al telefono un dirigente della banca, Giuseppe Pignataro, ora interdetto dai magistrati pugliesi per il suo comportamento nella questione delle Ferrovie Sud Est. Il 30 giugno 2017 sul telefono di Pignataro arriva una telefonata. É di Luigi Abete … il quale sollecita il suo manager per ‘sistemare’ una questione privata di una sua società. Una questione che non c’entra nulla con Sudest, ma che pone il presidente di BNL in una posizione scomoda». Do ut des?

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