Bari, Via Sparano: genesi di un errore

Posted on by Lucio Marengo

Avevo atteso con interesse undici anni fa che fosse bandito il concorso per l’area centrale di Bari, il Borgo urattiano. Il cuore ottocentesco della città era stato massacrato dagli interventi speculativi iniziati già alla fine degli anni Sessanta e proseguiti nel successivo ventennio (e culminati con l’abbattimento del Palazzo della Gazzetta del Mezzogiorno), quando il rilascio di mille concessioni edificatorie rischiò di fare tabula rasa della Storia della città. L’assetto urbanistico era rimasto integro, ma molto si era perso di quella visione unitaria con cui l’arch. Giuseppe Gimma aveva voluto promuovere uno stretto connubio tra Urbanistica e Architettura, ideando l’“Ufficio del Direttorio” capace di gestire le sorti del programma di espansione del nuovo borgo: inteso non come nuova città, ma mero ampliamento di quella storica. Un intervento di rivisitazione delle identità dei luoghi e degli equilibri semantici e spaziali avrebbe potuto dare nuovi impulsi e prospettive all’intero Murattiano.L’intuizione che via Sparano potesse assumere ruolo di asse portante nello sviluppo, era stata immediata. Tanto che la necessità di individuare un elemento-cerniera tra l’esistente e la parte nascente della città era stata risolta dal Gimma ideando una grande piazza rettangolare, posizionata all’incrocio con il corso Ferdinandeo (oggi Vittorio Emanuele) e direzionata longitudinalmente in asse con la via. La piazza, mai più realizzata, avrebbe avuto al centro una piramide con sui lati lastre di marmo riportanti gli Statuti murattiani, i criteri igienico-sanitari e le linee-guida per la realizzazione delle architetture del borgo. E’ evidente in tal guisa che stretto era ed ha continuato ad essere il rapporto di via Sparano con il contesto territoriale, benchè nel tempo l’asse avesse assunto una importanza ben maggiore del resto dell’area. Non casualmente, nel 1834 era stata decisa lì l’edificazione della nuova chiesa del borgo, quella dedicata a San Ferdinando in onore del re.Ma il concorso andò in altra direzione, deludendo le mie attese e convincendomi a non prendervi parte. Veniva proposta a concorso la sola strada dedicata al giureconsulto Sparano da Bari, con invito molto generico ad una considerazione del contesto, tanto che la stessa vincitrice, l’arch. Guendalina Salimei, nella relazione di accompagnamento al progetto indicava l’esigenza, in qualche modo percepita, di andare oltre le stesse indicazioni concorsuali. Avevo invece atteso un concorso a ben più ampio respiro, che cogliesse l’opportunità di rivedere il Borgo murattiano o almeno una sua ampia parte, facendone mediazione tra le parti della città smembrate dalla spaccatura ferroviaria. Mesi fa, contestando fortemente l’eliminazione delle presenze vegetazionali, le belle palme rese libere di andare a morire sotto via Venezia e in largo Due Giugno, avevo offerto la visione di un “filo verde”, un percorso che partendo dalla stazione e lungo via Sparano, corso Vittorio Emanuele, piazza Massari e i giardini del castello, giungesse fino al porto, cosa tra l’altro in linea perfetta con l’oggetto del finanziamento che sta consentendo gli attuali lavori.Bene, sono fermamente convinto che in quel momento concorsuale avrebbe dovuto essere affrontato il problema dell’area ferroviaria, per provare ad aprire quel dialogo con la città nuova da cinquant’anni a questa parte malamente gestito dal ponte di corso Cavour e ancor prima dal sottopasso di via Duca degli Abruzzi. In tale visione, l’operazione di via Sparano avrebbe potuto essere individuata come intervento-stralcio, promuovendo un dignitoso recupero di base  che certamente oggi non avrebbe causato una così forte spaccatura fra l’Amministrazione comunale e i suoi sostenitori politici “a prescindere”, da un lato e il resto della cittadinanza dall’altra. Con un concorso sbagliato (benchè a mio avviso risolto in termini più equilibrati da altri finalisti), concentrare l’attenzione sulla strada un tempo più identitaria di Bari ha finito per sconvolgerla, trasformandola in una somma di azioni, una più decontestualizzata dell’altra, con segni lontani dall’identità dei luoghi e che hanno finito per frammentarli ancora di più e allontanarli da quel senso di appartenenza a noi tutti molto caro e che quella strada ce l’aveva fatta vivere da sempre come luogo di incontro e socializzazione.Senza dimenticare, poi, che quel progetto,  più volte dichiarato intoccabile perché vincitore di concorso, oggi nulla ha più a che vedere con quello originario: trasformato da strada-museo con opere artistiche lungo il percorso, in un sistema di “salotti tematici” che si sono persi per strada. Per scoprire infine, proprio in questi giorni, che la pesante trasformazione in atto della facciata di San Ferdinando con la realizzazione del sagrato e di una invadente scalinata, nulla ha a che vedere con quel progetto vincitore di concorso, bensì venne richiesta dalla Curia ed avvallata dalla Soprintendenza nel 2014 e progettata all’interno del Comune stesso, responsabile, a quanto pare, anche della scelta della pavimentazione in conglomerato cementizio e resina in sostituzione dei previsti materiali calcarei.  Ce n’è abbastanza, credo, per non restare zitti.

Arch. Eugenio Lombardi                                                                                                       

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