Elezioni 4 marzo 2018, meno populismo e più programmi chiari e realizzabili come gli investimenti in Ricerca e Sviluppo

Posted on by Antonio Curci

E’ una strana campagna elettorale quella che si sta consumando in attesa del 4 marzo, data in cui gli italiani saranno chiamati al voto per formare il nuovo Parlamento. Tutti i partiti e movimenti si sono affidati ai guru della comunicazione, puntando indistintamente ad un facile populismo, ammesso e non concesso che gli italiani si lascino incantare da argomentazioni bislacche.

C’è chi promette di risolvere con uno schiocco di dita il problema dell’immigrazione, chi sostiene che sia necessario uscire dall’Euro. Ultimamente qualcuno sta parlando di “Paese malato di inclusione”, minando di fatto tutti quei meccanismi sociali (e civili) che consentono a tutti i cittadini di godere delle stesse opportunità di crescita e sviluppo. I problemi esistono, ma generalizzare non ha mai fatto bene a nessuno.

La moda del momento è quella di vedere la pagliuzza (e anche la trave) nell’occhio del partito avverso, che non è più uno solo, ma almeno due se non tre.

C’è qualcuno che ci spiega quale sarà la politica economica nei prossimi cinque anni? Sembra che stiamo uscendo dalle paludi della crisi che ci ha colpiti negli ultimi dieci anni. Come ne verremo fuori definitivamente? Quali le politiche sul lavoro, sulle imprese, sulle povertà? Considerato il dilagare delle micro e macro criminalità, quali scelte dovrà fare il prossimo esecutivo in tema di sicurezza dei cittadini?

Gli italiani hanno bisogno di chiarezza per non cadere nella tentazione di rinunciare al voto, perché questa sembrerebbe per molti la soluzione all’impegno elettorale. L’astensionismo non giova a nessuno, ma i candidati in campo devono delineare bene il dominio delle loro scelte politiche per le quali chiedono l’appoggio dei cittadini attraverso il voto.

Intanto, un dato è certo: l’Italia investe pochissimo in ricerca e sviluppo. Ci piacerebbe che chiunque vada al Governo, adottasse strumenti che consentano allo Stato e alle imprese di investire in innovazione, senza la quale non è possibile garantire un futuro per noi e per le generazioni a seguire.

C’è una petizione online che ci sentiamo di appoggiare, con la quale si chiede a tutti i candidati delle prossime elezioni di impegnarsi a investire il 3% del PIL in ricerca ed innovazione.  

Gli scienziati invitano i candidati alle elezioni politiche ad impegnarsi a finanziare adeguatamente la ricerca in Italia e a portare i fondi per la ricerca a un livello superiore a quello della pura sussistenza.

L’Europa chiede attualmente ai Governi di rispettare i limiti sul bilancio, ma dovrebbe con altrettanta forza pretendere dai governi nazionali una soglia minima di finanziamento alla ricerca e sviluppo, come richiesto dal trattato di Lisbona (2000) e dal Consiglio Europeo di Barcellona (2002), che la fissava al 3% del PIL per il 2010.

Il Governo Italiano ha preso questo impegno non solo con l’Europa, ma anche con i cittadini Italiani e ha l’obbligo di rispettarlo. I fautori della petizione chiedono che il prossimo governo implementi con la massima urgenza un piano pluriennale per portare la spesa in Ricerca e sviluppo dall’attuale 1% fino al 3% del PIL e che lo rispetti nel futuro raggiungendo, sia pure in grande ritardo, l’obiettivo di Barcellona.

I dati sui finanziamenti in ricerca e sviluppo in percentuale sul PIL collocano l’Italia agli ultimi posti tra i paesi OECD. Il Sistema Universitario Italiano è da anni sottofinanziato (il fondo di finanziamento ordinario alle università è in continua discesa dal 2009 ad oggi). I fondi per la ricerca di base italiana, distribuiti su base competitiva ai progetti scientifici che sono valutati più validi, sono dieci volte di meno di quelli della Francia.

C’è bisogno di meno chiacchiere e più fatti. L’Italia merita di più.

Antonio Curci

About the Author