Attualità Politica

Il diritto di cronaca, la malagiustizia e il caso dei “satanisti” modenesi

Ieri sera alla trasmissione “Non è l’Arena” abbiamo assistito alla drammatica testimonianza di una signora che ha riportato alla luce un caso di malagiustizia riguardante riti satanici che sarebbero stati commessi nella bassa modenese alla fine degli anni 90. Questo “cold case” si deve all’inchiesta “Veleno” di Pablo Trincia nella quale si può leggere che quindici genitori furono condannati per violenze sessuali e persero i propri figli. Dario di 6 anni (il “bambino zero”) aveva raccontato delle violenze subite dai propri genitori, raccontando agli assistenti sociali e alle psicologhe di atti sessuali, riti satanici nei cimiteri, bare disseppellite e omicidi. Accuse pesantissime praticamente estorte dal bambino con un metodo che molti oggi mettono in discussione. Dopo Dario anche altri hanno iniziato ad accusare i propri genitori e da qui le perquisizioni, che però non hanno mai dato alcun esito, e gli allontanamenti. Bambini divisi dai fratelli e affidati ad altre famiglie, senza alcuna possibilità di incontrare i propri parenti. I giornalisti che hanno seguito il caso li hanno rintracciati tutti, uno per uno. Alcuni non hanno voluto più parlare di quella storia. Altri hanno ammesso di essere stati plagiati. Qualcuno ha voluto riabbracciare i propri cari, ma non tutti. Una storia che ha lacerato famiglie, provocando traumi insanabili in bambini e genitori. A Federico Scotta e a sua moglie ad esempio furono tolti tre figli: due avevano 8 e 3 anni, la terza andarono a prendersela in ospedale subito dopo il parto. Scotta e gli altri chiedono ora che i processi siano rivisti, vogliono la verità. Quella verità che in cinque non potranno mai avere perché già morti. Dopo le accuse, una madre si lanciò dalla finestra. Don Giorgio fu ucciso da un infarto davanti al suo avvocato dopo aver saputo che per lui erano stati chiesti 14 anni di carcere. Ieri sera abbiamo saputo che la Corte d’Appello di Ancona ha fissato per il 20 maggio l’udienza di revisione del “Pedofili 1″. Ci chiediamo e ci chiedono spesso di fare attenzione alle notizie che quotidianamente pubblichiamo sul nostro giornale, in particolare quando si toccano talune sentenze. Ma come si può evitare di raccontare storie come questa? Senza la indipendenza dei giornalisti, come avrebbe potuto un fatto del genere tornare alla ribalta con la speranza che sia fatta finalmente giustizia? La professione del giornalista è invero molto delicata come è stato perfettamente dimostrato anche dal caso di Alessandro Sallusti. La Corte europea dei diritti umani ha condannato nello scorso mese di marzo l’Italia per aver violato il diritto alla libertà d’espressione del bravo giornalista ritenendo “manifestamente sproporzionata” la sua condanna al carcere per diffamazione per due articoli pubblicati nel 2007 su Libero, quotidiano che dirigeva allora. La corte di Strasburgo ha stabilito che quella misura ha rappresentato un’ingerenza della magistratura nella libertà di espressione e ha condannato lo Stato a risarcire Sallusti con dodici mila euro per le ”sofferenze cagionate” e 5 mila euro per costi e spese. «Spero che questa sentenza faccia giurisprudenza affinché un giornalista che non commette dei reati non possa essere mai più arrestato per fatti inerenti alla sua professione (aveva commentato Sallusti). Sono soddisfatto, mi dispiace aver dovuto scomodare la Corte europea per una cosa che avrebbe dovuto essere evidente a qualsiasi Corte italiana di buon senso». La vicenda era scaturita da due articoli pubblicati su Libero nel febbraio 2007 in cui Renato Farina, con lo pseudonimo di Dreyfus, commentava la decisione di un giudice di autorizzare l’aborto per una 13enne. Ad aprile del 2007 il giudice tutelare aveva presentato una denuncia penale per diffamazione nei confronti di Sallusti che nel gennaio 2009 era stato condannato a una multa per omesso controllo sul contenuto dell’articolo. In appello, nel giugno 2011, la pena è stata aumentata a un anno e due mesi di reclusione e a 30 mila euro di risarcimento. La Corte di Cassazione ha confermato la sentenza e ha privato della libertà Sallusti nel settembre 2012, pena poi trasformata dal tribunale in arresti domiciliari. Quanti altri casi come quelli appena raccontati giacciono nelle umide cantine dei tribunali?

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