“La flânerie – Del camminare come metodo”. Il nuovo lavoro di Letizia Carrera

Posted on by Antonio Curci

Fotografia di Luciano Anelli

Venerdi 4 maggio 2018, presso la libreria Laterza di Bari, si è tenuto l’incontro di presentazione dell’ultimo lavoro editoriale di Letizia Carrera dal titolo “La flânerie – Del camminare come metodo”.

La discussione, moderata dalla giornalista Annamaria Ferretti, è stata animata, oltre che dagli interventi dell’autrice, docente di Sociologia Generale e Sociologia Urbana presso l’Università “Aldo Moro” di Bari, anche dai contributi di Giandomenico Amendola, già docente di Sociologia Urbana presso l’Università di Firenze e dell’editore Gino Dato.

“Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore” (Italo Calvino).

“Il vero viaggio di scoperta non consiste nel trovare nuovi territori, ma nel possedere altri occhi, vedere l’universo attraverso gli occhi di un altro, di centinaia d’altri: di osservare il centinaio di universi che ciascuno di loro osserva, che ciascuno di loro è” (Marcel Proust).

Sono queste le due citazioni con le quali Letizia Carrera ha aperto l’incontro e che ben descrivono la predisposizione del flâneur, cioè di colui che cammina per le vie della città con spirito curioso e riflessivo, per “comprenderla e attraverso di essa, comprendere il mondo”. “Camminare – ha detto l’autrice – significa conoscere la città e conoscere è alla base di qualsiasi politica che punti al cambiamento”. Bisogna sapersi perdere per cogliere l’essenza più intima dei luoghi che si abitano. Bisogna imparare “a sentire le cose, le pratiche, i luoghi… dal basso per cogliere i dettagli, gli interstizi, le tracce occultate dalla superficie e insieme la superficie stessa delle cose dove le tracce vengono <<nascoste in bella vista>>”.

“La modernità irrompe nell’Europa alla fine del settecento sconvolgendone la cultura e gli equilibri politici e sociali […] Un mondo nuovo che nella città si manifesta e diventa esperibile. […]  La città nuova richiede occhi nuovi. Questo è il compito dello sguardo diverso, borghese e colto: l’occhio del cittadino  che sceglie di camminare nelle strade mentre i nobili se ne tengono ancora ben lontani preferendo cavalli e carrozze. L’occhio del Terzo Stato proprio attraverso il camminare si mescola al popolo, pur restandone sempre separato, per capire attraverso i segni, a tratti confusi, della città, il nuovo mondo che si accinge a costruire”.

Il flâneur, figura introdotta da Louis Huart, Auguste de Lacroix e soprattutto dal poeta simbolista francese Charles Baudelaire, è il gentiluomo che vaga lentamente per le vie della città, fermandosi ad osservare, dando ascolto alle impressioni e provando emozioni nella scoperta di scorci e paesaggi visti troppo spesso con estrema superficialità. Egli “acquisisce consapevolezza della modernità stessa, delle sue trasformazioni, dei suoi processi”. Il passeggiare del flâneur, racconta l’autrice nell’introduzione del libro, non è il camminare del perdigiorno, del vagabondo, del dandy o del turista; è piuttosto lo strumento di chi intende dotarsi di uno sguardo nuovo per confrontarsi con i “fenomeni” e i “processi” che “caratterizzano il contesto sociale più ampio”. Ma il flâneur con Baudelaire è ancora una figura letteraria. Sarà Walter Benjamin a trasformare la flânerie in un vero e proprio metodo sociologico. Il flâneur, dunque, “non è più l’artista che vaga per la città”, ma diviene al contempo investigatore, archeologo, collezionista e giornalista. Egli è capace di cogliere frammenti di vita e di città e decifrarli, leggerli, registrarli, ordinarli e ricostruirli in una narrazione di senso.

Letizia Carrera ha offerto anche un’indicazione semplice, ma al contempo efficace per capire la flânerie: “Occorre muoversi nelle strade come se si portasse a spasso una tartaruga”. Il concetto ben espresso dall’autrice è che “bisogna saper rallentare”. In tal senso la flânerie è una pratica rivoluzionaria: “Rallentare il passo per scoprire i luoghi che non vediamo più”. In qualche modo bisogna avere “l’occhio del viaggiatore anche nella stessa città in cui si vive”.

Giandomenico Amendola ha definito il testo della Carrera come un libro con tre vocazioni diverse, ma al contempo sistemiche. Esso infatti “è un passeggiare sui confini delle discipline”, “è un libro metodologico” e al contempo “è una manuale di sopravvivenza”.

Il professore coglie nel testo la compresenza di più discipline. E’ un intreccio di letteratura, filosofia, storia, urbanistica, poesia e sociologia.

“Per capire la flânerie – ha detto Amendola – bisogna capire il rapporto con la città che si trasforma. E Parigi ben si presta a questo scopo. La caratteristica del flâneur è quella espressa da Lefebvre: cogliere dal superficiale quello che altrimenti non si vede”.

“Bari è una città polarizzata sulle vetrine”, ha affermato il professore. Chi cammina per le vie del centro, lo fa con “uno sguardo che non va oltre i cinque metri”. Ecco perché bisogna recuperare il senso della flânerie. “Bisogna diventare un po’ archeologi per riuscire a leggere una città come Bari anche laddove si è cancellata”. Solo così sarà possibile ricucire il presente con la storia. Camminare con passo lento e con occhi nuovi, consente al cittadino di cogliere i legami con il passato e comprendere il perché di questo nostro contemporaneo divenire. Il flâneur è un osservatore attento. Egli è capace di cogliere i grandi mutamenti della modernizzazione”.

Così come Parigi, Londra e Berlino, quando nella prima metà dell’Ottocento si riscoprono metropoli nuove per dimensioni e vita quotidiana, anche le nostre città, oggi, per essere comprese, rappresentate e governate nell’interesse dei cittadini, hanno bisogno di metodi nuovi di approccio e di studio.

Ecco come il lavoro della prof.ssa Carrera diventa quanto mai strumento utile ed attuale. L’autrice parte dai poemetti di Charles Baudelaire, attraversa, con spirito flaneuristico studiosi come Georg Simmel, Siegfried Kracauer, Walter Benjamin, Guy Debord, Michel De Certeau e Henry Lefebvre e arriva a formalizzare un metodo sistematico di osservazione e di analisi della città. Questo le consente di comprenderne il senso della modernità che si sviluppa nelle forme e nella vita delle metropoli attuali.

“Il diritto alla città – ha concluso Amendola –  è il diritto a vivere una città in cui ci piace vivere. Una città in cui è bello indugiare. Ecco il vero scopo della flânerie: partire dalle contingenze per trovare il senso collettivo”.

Orgoglioso per l’opera di Letizia Carrera, l’editore Gino Dato si è soffermato sull’eleganza del volume, pensato nella forma e nella grafica per consentire al lettore di appropriarsene e soprattutto viverlo. L’immagine di copertina è un’opera d’arte del 1875 di Gustave Cailebotte, Jeune homme à la fenêtre e rappresenta il primo flâneur della storia. L’editore ha annunciato che il libro è il primo volume di un’intera collana dedicata alle Scienze Sociali. Un investimento importante da parte della Progedit, segno di una forte attenzione verso temi che coinvolgono l’uomo e il suo vivere nella storia.

Antonio Curci

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