L’EX Terrorista, Il Reddito di Cittadinanza e Noi Vittime

Posted on by Pierfranco Marengo

Il brigadiere di pubblica sicurezza Giuseppe Ciotta era in servizio all’Antiterrorismo del Piemonte quando venne assassinato a Torino da un commando di Prima Linea. Era il 12 marzo 1977 e a premere il grilletto contro l’agente fu Enrico Galmozzi, condannato poi a ventisette anni di carcere e libero dopo tredici. «Quel giorno ero ancora un bambino», ricorda oggi Potito Perruggini. «Da allora — spiega il nipote di Ciotta — la mia vita e quella dei miei familiari non è stata più la stessa, soprattutto perché la memoria di mio zio è stata calpestata da un altro vergognoso attentato: quello del silenzio». A rompere il silenzio su quegli anni bui è stato un paio di giorni fa un uomo di 63 anni, che ha detto di chiamarsi Rosario La Paglia e di essere un ex appartenente alle Brigate Rosse: mentre era in coda come tanti davanti a un Caf per compilare l’Isee e far domanda per il reddito di cittadinanza, si è soffermato per un attimo su quel passato ormai lontano quando ha ammesso con orgoglio di non aver votato Cinque Stelle perché «l’unica stella in cui ho creduto era quella a cinque punte».
«Quelle come La Paglia sono persone che continuano ad approfittare della società che tanto disprezzano, mettendosi in fila per il reddito di cittadinanza», tuona con rabbia Perruggini, fondatore dell’Osservatorio nazionale per la verità sugli anni di piombo. «Se è così, allora io propongo di pubblicare sul giornale l’elenco con nomi e volti di questi cari concittadini che pensano di continuare a sbeffeggiare il popolo italiano senza nessun ritegno. E con la solita arroganza che li contraddistingue».
«Sono stato nelle Brigate Rosse — sono state le parole che La Paglia ha pronunciato mercoledì mattina, mentre era in coda nel Centro di assistenza fiscale di via Pedrotti — e ho pagato il mio conto con la giustizia, perché sono stato condannato per terrorismo. Erano tante le accuse che mi indirizzavano in quegli anni. All’epoca si parlava di fiancheggiatori e mi chiamarono anche il “bombarolo”, ma era una calunnia e lo dissi per tre volte davanti alla Corte d’Assise. Adesso cerco solo un lavoro, ho semplicemente voglia di guadagnarmi da vivere. Sono disoccupato dal 2017, da quando il colorificio della mia famiglia è stato costretto ad abbassare le serrande per sempre. Ma adesso ho voglia di ricominciare».
«I terroristi — attacca però Perruggini — dovrebbero vergognarsi di percepire indennità o consulenze di qualsiasi genere che derivino dalla pubblica amministrazione. E se veramente volessero riconquistare la dignità di essere cittadini italiani — prosegue il nipote di Giuseppe Ciotta —, dovrebbero cercare di contribuire umilmente nella ricostruzione della verità storica. Se fossero uomini di onore, infine, dovrebbero anche rientrare spontaneamente da quella nazione che si chiama Francia e che sembra ancora intenzionata a coprirli. La cosa più giusta che possano fare è cominciare finalmente a collaborare con le istituzioni, per tentare di ricucire in maniera seria e definitiva la profonda ferita che hanno causato con le loro azioni in quell’epoca che sconvolse il Paese».
Tra quattro giorni saranno trascorsi 42 anni da quel tragico 12 marzo 1977. Erano le 8 del mattino quando Giuseppe Ciotta, 29 anni, venne freddato in via Gorizia da un commando di terroristi appartenenti a Prima Linea. Sposato e padre di una figlia di due anni, il brigadiere della polizia era appena uscito di casa e stava per salire sulla sua automobile quando fu avvicinato da tre persone e ucciso da una di loro, che aprì il fuoco per tre volte. A sparare in direzione dell’agente fu Enrico Galmozzi, giudicato colpevole anche dell’omicidio dell’avvocato e militante del Movimento sociale italiano Enrico Pedenovi, assassinato a Milano il 29 aprile dell’anno precedente. Ciotta a Torino era addetto alla sorveglianza esterna del Politecnico, dell’Istituto Galileo Ferraris e della facoltà di Architettura. Entrato in polizia nel 1967, dopo aver frequentato le scuole di Nettuno e Bolzano prestò servizio a Peschiera, Roma, Nettuno e infine presso la Questura del capoluogo piemontese. Nel maggio 2004, su proposta dell’allora ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu, è stato insignito della medaglia d’oro al merito civile. E nel maggio di sei anni dopo, su proposta dell’ex ministro dell’Interno Roberto Maroni, gli è stata riconosciuta anche la medaglia d’oro «vittime del terrorismo».

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