Papa Francesco e Abbas anticipano il riconoscimento ufficiale della Palestina. Su tutti incombe, però, il rischio Trump

Posted on by Maria Raspatelli

Papa Francesco ha ospitato ieri il presidente palestinese Mahmoud Abbas per parlare del processo di pace in Medio Oriente, alla vigilia della Conferenza per la Pace nel vicino Oriente che si sta svolgendo oggi a Parigi, alla presenza di 70 paesi, per tentare di risolvere la questione israelo-palestinese con la soluzione “due Stati” (Two States Solution).

Il sindaco di Betlemme, Vera Baboun, in un’intervista rilasciata al Servizio Informazione Religiosa, si è dichiarata convinta che il processo di pace debba passare attraverso il completo sostegno internazionale alla soluzione dei due Stati. Il Papa e il Leader palestinese, ha detto il Sindaco, hanno espresso la speranza che “si possano riprendere i negoziati diretti tra le parti per giungere alla fine della violenza che causa inaccettabili sofferenze alle popolazioni civili e ad una soluzione giusta e duratura”.

Il Pontefice e Abbas, secondo quanto riferito dalla Sala Stampa Vaticana, hanno auspicato che, “con il sostegno della comunità internazionale, si intraprendano misure che favoriscano la reciproca fiducia e contribuiscano a creare un clima che permetta di prendere decisioni coraggiose in favore della pace”.

Ci vuole dunque il coraggio e la volontà di costruire un mondo in cui ci sia spazio per tutti e in cui tutti, nessuno escluso, possano vivere in modo florido e sereno. L’inaugurazione dell’ambasciata palestinese in Vaticano è il segno importante della volontà del Pontefice di riconoscere la Palestina come Stato. La Chiesa, dunque, precorre i tempi e lancia a tutti i Governi del mondo l’invito a fare altrettanto.

Con entusiasmo e una certa dose di ottimismo, il Sindaco di Betlemme ha dichiarato: “Questo ci spinge a lavorare ancora più diligentemente per arrivare alla soluzione auspicata, quella dei due Stati. La Conferenza di domani in Francia potrebbe essere l’ultima opportunità”. Secondo il primo cittadino della città in cui nacque Gesù, un ostacolo al processo di pace potrebbe sorgere da “l’intenzione  del neo eletto presidente Usa, Donald Trump, di trasferire l’ambasciata americana a Gerusalemme”.

Questa decisione, ribadisce Vera Baoun, potrebbe indurre la Palestina a “fare marcia indietro nel riconoscimento di Israele”. Proprio il leader dell’autorità palestinese Mahmoud Abbas,  in una intervista concessa due giorni fa al quotidiano francese Le Figaro, ha dichiarato: “Ho scritto a Trump per chiedergli di non farlo. Se dovesse agire così, non solo gli Stati Uniti non avrebbero più la legittimità per svolgere un ruolo cruciale nel risolvere il conflitto, ma distruggerebbero anche la soluzione a due stati”. Com’è noto, attualmente l’ambasciata americana è ubicata a Tel Aviv. Spostarla a Gerusalemme equivarrebbe a riconoscerla come capitale di Israele e questo metterebbe un punto di fine ai processi di pace in Medio Oriente.

Le intenzioni minacciose di Trump andrebbero prese sul serio, visto il suo forte legame con Israele e in particolare con il primo ministro Netanyahu. Certo, non sarà facile spostare l’ambasciata americana a Gerusalemme, anche perché il diritto internazionale e lo status legale della città non lo consentono e poi andrebbe troppo in contrasto con la politica americana degli ultimi anni, anche se questo potrebbe essere per Trump un particolare irrilevante. Di certo c’è che la risposta dei palestinesi ad una simile iniziativa potrebbe essere molto veemente.

La speranza è che i più stretti consiglieri del neo-eletto Presidente americano gli facciano cambiare idea a causa delle complicate ripercussioni che potrebbero derivare da una tale strategia.

E’ necessario, dunque, che la Conferenza di Parigi sulla pace in Medio Oriente, ponga la comunità internazionale a regista dei processi di integrazione fra i popoli arabi, anteponendo il bisogno di convivenza pacifica e civile a quelli di interesse economico e di potere. Il rischio è l’esplosione di un’altra Intifada, molto più violenta delle precedenti, che potrebbe segnare la fine definitiva del processo di pace iniziato a Oslo.

Maria Raspatelli

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