Attualità Politica

Il comportamento di certe Procure nei casi di fallimento. La legge è uguale per tutti?

A otto anni dalla dichiarazione di fallimento della Terracina Ambiente, società mista pubblico-privata che si occupava del servizio di igiene urbana della cittadina rivierasca, il Tribunale la settimana scorsa ha rinviato a giudizio dieci persone tra le quali i componenti del cda e del collegio sindacale. Insieme avrebbero, secondo le accuse, concorso a cagionare o ad aggravare il dissesto della Terracina Ambiente spa, proseguendo l’attività d’impresa con inosservanza degli obblighi imposti dalla legge. In particolare, «alle norme che impongono di adempiere al mandato sociale con la diligenza richiesta, di convocare senza indugio l’assemblea in caso di perdita del capitale al di sotto del limite legale, oltre all’accertamento della causa di scioglimento e davanti a questa la limitazione dei poteri gestori alla mera conservazione della integrità e del valore del patrimonio sociale». Il presidente del collegio sindacale e i due sindaci effettivi sono accusati invece di aver consentito e non impedito la prosecuzione dell’attività di impresa. Ad una prima analisi del caso notiamo una distanza siderale di quanto è capitato ai 29 indagati dell’ipotetico default di Ferrovie del Sud Est. La prima osservazione è che il tribunale di Latina ha impiegato ben 8 anni di indagini prima di dichiarare la bancarotta, nel caso di FSE è stata sufficiente la relazione della Deloitte, realizzata in 30 giorni (sic!) per far scattare gli arresti e dopo neanche un anno, il rinvio a giudizio di 18 indagati. Il secondo punto riguarda il rinvio a giudizio dei sindaci di Terracina Ambiente quando nel caso di FSE sono stati invece risparmiati nonostante avessero sempre condiviso le scelte aziendali di Fiorillo (e del socio Ministero dei Trasporti) ad eccezione di questioni rilevate solo negli ultimi esercizi, e tutto sommato di poco conto, riguardanti i dipendenti della sede distaccata di Roma giudicata una spesa superflua. Dalla lettura dei verbali sindacali, si evince infatti che solo questi rilievi erano risalenti nel tempo e non è vero che i sindaci avessero espresso censure nei riguardi dell’azione di Fiorillo in ordine a «eventuali comportamenti che avrebbero potuto concorrere a cagionare o ad aggravare il dissesto proseguendo l’attività d’impresa con inosservanza degli obblighi imposti dalla legge». A ben vedere per chi avesse voglia di andare a rileggersi il verbale reso da Viero ai pm, si noterà che egli non faccia alcun riferimento ad ipotetiche censure da parte dei sindaci, e soprattutto neghi nella maniera più assoluta, che FSE fosse in default. Evidentemente ci sarà stato un corto circuito tra lui e la Procura perché quando si dice che la figura del commissario è assimilabile a quella del curatore (come è stato in effetti detto in udienza) e che quindi come tale egli ha il potere di vita e di morte di una azienda, delle due l’una: o la società FSE era in bonis – come aveva sempre sostenuto Fiorillo – oppure come dice la Procura era già fallita quando Viero la guidava. Ma se così fosse, allora non varrebbe anche per lui, e per gli altri due commissari Mautone e Mariani, (almeno) il sospetto che possano aver concorso a cagionare o ad aggravare il dissesto della Ferrovie del Sud Est, «proseguendo l’attività d’impresa con inosservanza degli obblighi imposti dalla legge»? Una annotazione per concludere: i bilanci di FSE sono stati pubblicati sul sito aziendale solo fino al 2014, ma abbiamo ricordo e copia di una slide nella quale si vedeva che Viero, durante la sua gestione, aveva permesso che il saldo nei confronti dei fornitori di Sud Est raggiungesse al 31/12/2016 la cifra di 124.936.274 euro con un incremento rispetto a giugno dello stesso anno di 25.976.146 euro. La domanda è d’obbligo: non è che è stato proprio Viero, proseguendo in quelle condizioni disastrose l’attività d’impresa ed anzi indebitandola ancor più, «con inosservanza degli obblighi imposti dalla legge» ad aggravare il dissesto? Anche in questo caso i sindaci non se ne erano accorti? Non se ne è accorto neanche Calvello l’esperto della Deloitte che ha scritto il romanzo della FSE? Ci piacerebbe vivere in un Paese nel quale la Legge fosse davvero uguale per tutti e non come spesso accade, asservita a interessi politici ed economici locali come, almeno per ciò che pensiamo, è successo nel caso di FSE. Basta leggere le recenti sentenze della Cassazione per averne piena riprova. Ce ne ricorderemo quando andremo alle urne per le elezioni regionali del 2020 di quelle somme non pagate dalla Regione e caricate sul groppone dei tanti pugliesi.

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