Sanità

Rischia l’amputazione di una mano. Intervento d’urgenza all’Opsedale Di Venere

Era l’estate del 2011. Annamaria de Luca, 30 anni, napoletana doc ma trapiantata a Bari per matrimonio, di stanza a Quarto laddove i genitori avevano eletto residenza, si presenta al P.S dell’ospedale di Pozzuoli, con il braccio livido e un principio di necrosi. Diagnosi, aneurisma succlavio sinistro. Viene impiantato un angioplastica d’urgenza ma la situazione degenera a tal punto da paventare l’amputazione dell’arto. Per Nicola, marito della paziente, non rimane altro che un ultimo, coraggioso e disperato viaggio della speranza: la corsa verso l’ospedale Caldarelli di Napoli. In men che non si dica, viene preparata la sala operatoria per un intervento chirurgico di “trombectomia con catetere di Fogarty” che gli salvano l’arto ma viene ridotta l’operatività al 60%. La de Luca ritorna presto a Bari, è parrucchiera e nonostante la defezione, riprende la vita e la sua alacre attività. Non trascorre che qualche mese, che sente percettibilmente le avvisaglie di un ritorno del male. Questa volta è al Policlinico di Bari che subisce un secondo intervento, di chirurgia vascolare, ovvero la “resezione del muscolo scaleno con bypass in vena safena” che a detta del chirurgo, sarebbe stato risolutivo.

Almeno così è sembrato per otto anni, quando la stessa de Luca si è presentata al P.S. dell’ospedale Di Venere (quarto ospedale visitato) avvertendo i medesimi sintomi: le viene diagnosticato “ischemia sub-acuta arto superiore”. Il chirurgo destinato al P.S. del Dipartimento di Chirurgia Vascolare, resosi conto della gravità, richiede un’angiotac in attesa dell’arrivo del dottor Giuseppe Natalicchio, direttore del medesimo Dipartimento. Questi, stimato professionista e chirurgo di fama internazionale, visti tutti gli accertamenti fatti, l’excursus medico della paziente e fattosi un quadro clinico chiaro, la ricovera d’urgenza. Gli interventi eseguiti sono una trombolisi loco-regionale arto sinistro superiore che nelle settantadue ore seguenti sciolgono i trombi, precedentemente formatisi. Il lividore sparisce, l’arto pian piano inizia a riprendere colore e temperatura. Tre giorni dopo, il Natalicchio scioglie definitivamente la diagnosi convocando il marito della paziente.

<La signora de Luca si è presentata al P.S. del mio Dipartimento in condizioni gravissime, assenza totale di circolazione sanguigna e di polso periferico. Siamo intervenuti in tempo con trombolisi, e scongiurare l’amputazione della mano. Questa mattina, visitandola, ho percepito il battito del polso. Posso ritenermi soddisfatto di come si sono evolute le condizioni cliniche della paziente. Rimane un piccolo segmento ancora da sciogliere, vedremo domani con un controllo angiografico quale consistenza dovremo affrontare. Nei peggiori del casi, rimarrebbero due interventi mirati da fare: o il palloncino o l’intervento chirurgico e asportarlo. La mia speranza sia di escluderle entrambi, il primo perché potrebbe essere peggiorativo così com’era accaduto a Pozzuoli. Il secondo, essendo esattamente in prossimità della lunga cicatrice, non sappiamo cosa andremo a trovare una volta aperto. Io, sono ottimista.>

L’indomani, la consistenza dell’ultimo trombo è in scioglimento, deliberando così le dimissioni della paziente. Ancora una volta l’arto è salvo, il “ma” è d’obbligo: la paziente dovrà essere soggetta ad una terapia di anticoagulanti “a vita”, citando testualmente le parole dello stimato chirurgo. Che la famiglia ringrazia.

Che il Di Venere sia stato il quarto e ultimo ospedale, ce lo auguriamo in molti.

Pietro Marengo

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